Cecconi, G.A., La città e l'impero. Inoltre, per l'esercito era prevista una cassa apposita, l'erario militare (aerarium militare), in cui si accantonavano i fondi per il pagamento dell'indennità ai soldati congedati. Al tempo del proprio splendore Roma, popolata da circa un milione di persone (di cui un terzo erano schiavi[3]), giunse ad importare fino a 3,5 milioni di quintali di frumento ogni anno[4], per l'epoca quantità astronomica: almeno tra le 200 e le 300 000 persone vivevano grazie alle distribuzioni gratuite di frumento (ed in un secondo tempo, di pane, olio di oliva, vino e carne di maiale), quindi, calcolando le famiglie degli aventi diritto, si può sostenere che tra un terzo e la metà della popolazione dell'Urbe vivesse a carico dello Stato (la chiamavano la "plebe frumentaria"). Si trattava, inizialmente, del nucleo di un'azienda agraria a conduzione familiare, dove veniva prodotto ciò che era necessario al sostentamento. Plinio il Vecchio calcolava in 100 milioni di sesterzi la somma che ogni anno usciva dall'Impero per pagare le merci pregiate: era una cifra davvero enorme, corrispondente al gettito annuale di tutte le imposte indirette ed era pari a a 1/14 di tutte le entrate dell'Impero al tempo di Vespasiano (Luigi Bessone, Nessun aristocratico romano si sarebbe sognato di chiamar "consumi" le attività rivolte all'acquisto di prodotti di lusso o a generare piaceri. Nelle zone più asciutte veniva invece coltivato il farro ed il grano duro (triticum durum). Il gigantesco apparato imperiale comportava costi crescenti. L’economia nei primi due secoli dell’impero Nei primi due secoli l’impero romano è molto grande e molto ricco perché: ¾ c’è la pace e ci sono poche guerre, così le persone possono lavorare in pace, viaggiare, A testimonianza dell'importanza della loro professione diversi luoghi della Roma antica erano a loro intitolati come l'Arco degli Argentari, vicino al preesistente Arco di Giano. Con l'avvento dell'Impero, il controllo di tutte le risorse finanziarie fu attribuito allo stesso princeps. [83] Proprio in quella zona, vicina al palazzo imperiale, la moglie dell'imperatore Claudio, Messalina, aveva la sua cella riservata dove a buon prezzo si prostituiva con lo pseudonimo di Lycisca, finché «esausta per gli amplessi, ma mai soddisfatta, rincasava: con le guance orribilmente annerite e deturpata dalla fuliggine delle lampade, portava la puzza di bordello nel letto dell'imperatore».[84]. Keith Hopkins (1995/6): "Rome, Taxes, Rents, and Trade". Si potrebbe sostenere che tutta l'organizzazione politica dell'Impero era modulata sulla duplice esigenza di rifornire di frumento la capitale e le legioni di stanza ai confini. «Attraverso queste strade passava un traffico sempre crescente, non soltanto di truppe e funzionari, ma di commercianti, mercanzie e perfino di turisti. Una sezione speciale del tesoro era costituita dall'aerarium sanctius, contenente la riserva metallica dello Stato (oro, argento e bronzo), gemme, gioielli ed i proventi della tassa del 5% sull'emancipazione degli schiavi. Del resto, poiché l'agricoltura consentiva minori guadagni del commercio e del prestito ad usura, i grandi latifondisti erano poco invogliati ad investire denaro per migliorare la produttività delle proprie terre[9] Così, alla crisi in età repubblicana della piccola e media proprietà agricola schiacciata dai debiti e dalla concorrenza, si aggiunse in età imperiale anche il declino produttivo del latifondo. La gestione del complesso dei servizi finalizzati al vettovagliamento di Roma era affidata a una magistratura apposita, la prefettura dell'annona, riservata a una persona di rango equestre, che era una delle cariche più importanti dell'amministrazione imperiale. Alla fine dopo una serie di duri scontri verbali tra i due tribuni, Tiberio venne ucciso e i poveri contadini non poterono nulla contro i grandi latifondisti. Il proprietario (latifondista) solitamente metteva a capo dei suoi possedimenti un conduttore (grande agricoltore) che dirigeva la villa rustica, utilizzando come forza lavoro, schiavi e lavoratori stagionali, oltre a piccoli coltivatori affittuari di piccole parti a loro concesse per potersi sostenere (coloni). E sempre lo stato si occupò di recuperare i beni obsoleti o le multe. In numerose zone dell'Italia si ebbe un miglioramento della redditività grazie ad una più intensa aratura, fatta a maggior profondità ed a lungo termine. del bilancio totale statale, in quanto poca era la spesa "sociale", mentre tutto il resto era utilizzato in progetti di prestigiose costruzioni a Roma e nelle province; a ciò si aggiungeva un sussidio in grano per coloro che risultavano disoccupati, oltre ad aiuti al proletariato di Roma (congiaria) e sussidi alle famiglie italiche (simile ai moderni assegni familiari) per incoraggiarle a generare più figli. Inoltre l'ordine equestre, che avrebbe potuto contrapporsi all'aristocrazia terriera e guerriera come classe sociale che basasse il proprio potere, la propria ricchezza e la propria identità di classe proprio sullo sviluppo di un sistema imprenditoriale mercantilistico ed industriale, non aspirò mai a sostituirsi all'aristocrazia nell'acquisizione del potere (come avrebbe fatto un'autentica classe borghese), bensì a farne parte, reinvestendo il "surplus commerciale" nell'acquisizione di una rendita fondiaria (A. Fusari, Bastava un asse al giorno (un quarto di sesterzio) per sopravvivere, come scrisse. Come in gran parte delle società del mondo classico, anche l'economia dell'età repubblicana di Roma antica (dal V al I secolo a.C.) era ancora essenzialmente, se non esclusivamente, basata sulla produzione e la distribuzione di prodotti agricoli (gran parte della produzione era, tuttavia, rivolta all'autoconsumo). Città fondate o conquistate dai Romani in Italia ( celle con sfondo verde ) Ma i ricchi possidenti si appoggiarono allora ad un altro tribuno della plebe, il giovane Marco Ottavio, che accettò di porre il veto alla nuova lex agraria. Sappiamo ad esempio che l'esportazione di vino italiano in Gallia nel periodo imperiale era di 120.000 ettolitri annui. Conosciamo di scambi commerciali tra Cinesi e Romani all'epoca dell'Imperatore Marco Aurelio. La cultura storica nei primi due secoli dell'impero romano è un libro a cura di Lucio Troiani , Giuseppe Zecchini pubblicato da L'Erma di Bretschneider nella collana Monografie Cerdac: acquista su … Line: 24 Alla coltura del grano si sostituì la coltivazione dell'olivo e della vite e l'allevamento di grandi mandrie di bestiame per soddisfare una crescente richiesta di latticini, carne, lana e pellame. I traffici commerciali si spinsero fino alle coste del Baltico, in Arabia, India e Cina per importare prodotti di lusso e di prestigio a prezzi astronomici (al valore della merce andava infatti aggiunto il costo elevatissimo dei trasporti e una lunga serie di dazi e pedaggi). - LA CRISI dell’IMPERO ROMANO Gli elementi di questa crisi furono: 1) instabilità dell’ordinamento di Roma 2) trasformazione accelerata delle strutture alla base di questo ordinamento 3) riconoscimento, da parte degli uomini dell’epoca, che la loro età fosse contrassegnata da precarietà e cambiamento Dopo Gallieno si assisterà a una stabilizzazione, sulla base di nuovi fondamenti. Essi vendevano i loro prodotti soprattutto nel mercato cittadino o nei vicini villaggi, dove erano tenute delle fiere (πανηγύρεις) più volte al mese. Ai tempi di Diocleziano e, La corruzione nel Tardo Impero, a differenza che nell'Alto Impero, non era più semplicemente tollerata o dissimulata, ma ostentata ed acclamata. [66] Venivano, inoltre, importate ciocche di capelli biondi, per farne parrucche.[67]. L'impatto dei costi di un esercito tanto vasto (da Augusto ai Severi ) sull' economia dell'Impero romano può misurarsi, … Secondo G. Ruffolo la crisi del modo di produzione schiavista era dovuta anche all'impossibilità di integrare gli schiavi come una forza lavoro attiva nella produzione tipica del capitalismo moderno. Quando nel IV secolo d.C. (324) Costantino trasformò Bisanzio in una nuova capitale, Roma cessò di essere il centro economico dell'impero. Alcuni territori erano poi estremamente fertili come la valle del Nilo in Egitto, dove l'irrigazione era naturale. Settle, Dorothy M.; Clair Cameron Patterson (1980): "Lead in Albacore: Guide to Lead Pollution in Americans". (, Ai tempi di Augusto la spesa pubblica (pari a circa il 5% del Pil era finanziata per un terzo dalle imposte dirette (fondiaria e personale) e per il resto da imposte indirette, dazi commerciali e redditi dei patrimoni imperiali: dunque la pressione fiscale si riduceva al 4% del Pil. Un uomo poteva trasportare mediamente attorno ai 50 chili su una breve distanza, i cammelli fino a 180 kg ed i muli 110 kg anche su lunghe distanze (fino a 45 km). Ecco come lo storico Henry Moss descrive la situazione dei trasporti e della rete commerciale dell'Impero prima della crisi: «Attraverso queste strade passava un traffico sempre crescente, non soltanto di truppe e funzionari, ma di commercianti, mercanzie e perfino di turisti. Per evitare «il volgare e sudicio bordello»[85] i romani più ricchi si facevano venire le prostitute in casa ma vi erano anche locali per gli uomini "migliori" come il lupanare costruito sul Palatino, di proprietà dell'imperatore Caligola, dove esercitavano donne di classe e fanciulli liberi le cui prestazioni venivano pubblicizzate al foro da un dipendente imperiale che «invitava giovani e vecchi a soddisfare le loro voglie»[86] Sappiamo inoltre che Caligola mise una tassa sulla prostituzione. Tuttavia, nemmeno il colonato risolse la crisi dell'agricoltura. Essays in Macro-Economic History", Oxford University Press. Italia è considerata la regione più ricca, dovuto alle tasse trasferite dalle province romane ed all'elevata concentrazione di reddito in quest'area; il suo PIL pro capita è stimato essere stato attorno al 40%[136] fino al 66%[137] più alto di tutto il resto dell'Impero. Questi ultimi pagavano l'affitto in natura (di solito attraverso una percentuale fissa dei loro raccolti), o raramente in denaro. L'introduzione del colonato (i latifondi furono suddivisi in piccoli lotti, affidati a coltivatori o coloni provenienti dalla categoria degli schiavi o dei braccianti salariati, che si impegnavano a cedere una quota del prodotto al padrone e a non abbandonare il fondo) permise di recuperare alla produzione terreni prima trascurati: lo schiavo era incentivato ad accettare questa condizione giuridica perché aveva qualcosa in proprio per nutrire sé e la famiglia (evitando anche il rischio dello smembramento del nucleo familiare per vendite separate), il lavoratore libero invece ebbe di che vivere, anche se dovette rinunciare a gran parte della propria autonomia perché obbligato a prestare i propri servizi secondo le esigenze del latifondista che gli aveva affidato in affitto la propria terra. Anche l'esercito permanente, infatti, rappresentava un incentivo importante per la produzione e la circolazione di beni: oltre ad assorbire gran parte del bilancio dell'Impero (come vedremo in seguito), con le sue esigenze e la capacità di spesa dei soldati attirava grandi quantità di derrate e manufatti dalle coste del Mediterraneo, dove si trovavano i maggiori centri di produzione, verso le frontiere. Riguardo invece ai costi del trasporto, sappiamo che il trasporto fluviale era molto più redditizio rispetto a quello di terra, sebbene il più conveniente fosse quello via mare. Al tempo del proprio splendore Roma, popolata da circa un milione di persone (di cui un terzo erano schiavi[103]), giunse ad importare fino a 3,5 milioni di quintali di frumento ogni anno[104], per l'epoca quantità astronomica: almeno tra le 200 e le 300 000 persone vivevano grazie alle distribuzioni gratuite di frumento (ed in un secondo tempo, di pane, olio di oliva, vino e carne di maiale), quindi, calcolando le famiglie degli aventi diritto, si può sostenere che tra un terzo e la metà della popolazione dell'Urbe vivesse a carico dello Stato (la chiamavano la "plebe frumentaria"). Per mesi le miniere non sono illuminate dalla luce del sole e molti minatori muoiono all'interno dei tunnel. In realtà restava in una condizione di stagnazione, che divenne decadenza (declino della produzione agricola e contrazione dei grandi flussi commerciali) con la conclusione della fase delle grandi guerre di conquista (116 d.C., conquista romana di Ctesifonte, capitale dell'impero partico). La decisione di Augusto di consolidare l'Impero, assicurandogli confini naturalmente sicuri e compattezza interna, invece che di estendere le frontiere, dipese anche dal fatto che l'imperatore si era reso conto che le risorse erano limitate e non in grado di sostenere eccessivi sforzi espansionistici.[90]. Nella prospera società del "secolo d'oro" (II secolo d.C.) dell'Impero, caratterizzata per lo più da pace e grandi opere pubbliche (strade, ponti, acquedotti, fognature, templi, fori, basiliche, curie, terme, anfiteatri, portici, giardini, fontane, archi di trionfo), persistevano comunque fortissime disuguaglianze, visibili soprattutto nelle città, dove alla minoranza di ricchi, abitanti in case di lusso (domus) e dediti all'opulenza fastosa[36], si contrapponeva la massa di piccoli borghesi (impiegati, militari, artigiani, insegnanti, piccoli negozianti, giudici) e soprattutto di proletari che si stipavano in casermoni (insulae) a rischio di incendi e crolli ed erano costretti a sopravvivere[37] tra fame e malattie infettive (le condizioni igieniche nei quartieri-dormitorio erano fortemente inadeguate). A causa delle tecniche di conservazione (soprattutto la bollitura), il vino risultava essere una sostanza sciropposa, molto dolce e molto alcolica. L'economia romana ovvero della Civiltà romana si basava principalmente sul settore agricolo e del commercio, in misura minore su quello dei servizi (società pre-industriale). Il costo crescente dell'esercito nel Tardo Impero (erano necessari continui aumenti di stipendio ed elargizioni per tenerlo quieto)[113] e le spese della corte e della burocrazia (aumentata anch'essa in quanto al governo servivano sempre più controllori che combattessero l'evasione fiscale ed applicassero le leggi nella vastità dell'Impero), non potendo più ricorrere troppo alla svalutazione monetaria che aveva causato tassi d'inflazione incredibili, si riversarono, soprattutto tra il III ed il IV secolo (quando le dimensioni dell'esercito furono vicine ai 500.000 uomini in armi, se non di più), sulle imposte con un intollerabile peso fiscale[114] (riforma fiscale di Diocleziano attraverso l'introduzione della iugatio-capitatio nelle campagne, una tassa sulle proprietà terriere, e altre imposizioni fiscali per i centri urbani). A partire dal II secolo a.C. le continue guerre di conquista finirono per tenere il contadino (piccolo proprietario terriero) lontano dalla propria terra per lunghi anni[19], con il risultato che le piccole aziende agricole, in mancanza del padrone (impegnato nell'esercito), non riuscivano più a rendere come in precedenza e le famiglie non erano più in grado di far fronte al tributum, ovvero alle tasse che i possidenti dovevano pagare allo Stato. Augusto aveva diviso l'Impero in province senatorie i cui tributi finivano nell'erario (l'antica cassa dello Stato), a sostenere le spese correnti di quell'istituzione, ed in province imperiali, le cui entrare alimentavano il fiscus, la cassa privata dell'imperatore, cui toccavano gli oneri più gravosi, rappresentati dall'esercito, dalla burocrazia e dalle sovvenzioni alla plebe urbana (distribuzioni di frumento o denaro, congiaria) per evitare rivolte.